I “fraticelli” del convento di Mazzarino

I “fraticelli” del convento di Mazzarino                                           (di Annamaria Niccoli)

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il 16 febbraio del 1960 vengono arrestati 4 frati del convento francescano di Mazzarino di Caltanissetta. 1956, il maresciallo del paese De Stefano, si ritrova a indagare proprio su quel convento. De Stefano inizia a indagare su quelle fucilate notturne in convento. I frati alzano tacciono, e i loro racconti sono poco credibili, parlando di fatti inverosimili, forse  vendetta tra monaci. Dopo 7 mesi di indagini al maresciallo De Stefano non rimane che chiudere le indagini.
Dopo le lettere anonime arriva la prima estorsione.  è un pomeriggio di fine aprile del 1957, nel convento di Mazzarino arriva da Caltagirone padre Costantino, ex superiore del convento, e arriva per festeggiare il venticinquesimo anniversario della sua ordinazione. Padre Costantino è un frate molto conosciuto è stimato che è stato anche il provinciale in Sicilia. Viene anche lui minacciato. I soldi dell’estorsione vengono intascati proprio da padre Venanzio. E’ proprio padre Venanzio a dare un secondo appuntamento a padre Costantino. Due mesi dopo a padre Costantino arriva una lettera anonima scritta a macchina, è piena di tanti errori. Nel convento giungeranno altre lettere anonime richiedenti soldi a tutti i frati. Tutti pagheranno! Il primo cittadino di Mazzarino a ricevere una lettera anonima è il farmacista. Il farmacista non vuole pagare. Una notte un incendio doloso gli distrugge la porta della farmacia. Arriva il maresciallo De Stefano. Il farmacista, Ernesto Colaianni non parla per paura, non ha assolutamente idea di chi possa essere stato, però capisce che deve pagare. A riscuotere sarà niente meno che il priore del commento, il venerando padre Carmelo. Dopo poco tempo a ricevere la lettera di minacce di richiesta di denaro e Angelo Cannada, uomo un facoltoso della zona. Cannada decide di non pagare e così a lui si presenta padre Carmelo. Sarà la condanna a morte del Canada. il 25 maggio 1958 Angelo Cannada la moglie e il figlioletto di 10 anni sono a bordo della Fiat 600. Sono in campagna, quando all’improvviso, forse due uomini mascherati, bloccano la sua auto e fanno scendere il cavaliere. Un colpo di un vecchio moschetto con la canna mozzata colpisce il Cannada, provocando un’emorragia che lo uccide in pochi minuti. Dalle estorsioni e gli incendi ora c’è un omicidio. Entra in scena Giovanni “Scuppia“, una guardia comunale, che indaga anche lui sui fatti di Mazzarino. La sera del 5 maggio del 1959 qualcuno spara con un fucile da caccia. “Scuppia” si salva, in ospedale fa il nome di Azzolina. L’ultimo arrestato farà il nome di tutta la banda e si scopre che il cuore degli affari sporchi della banda è il convento. Ma i frati sono complici o artefici? Qual è il ruolo di Lo Bartolo. Lui scappa, ma viene arrestato a Genova, poi portato nel carcere di Caltanissetta, dove verrà trovato morto nella cella. Viene trovato impiccato, legato a una striscia di lenzuola 1 m. di altezza dal pavimento. La versione ufficiale parla di suicidio. Uno strano suicidio! È Lo Bartolo il vero capo della banda come dicono i fraticelli, oppure il priore? Dove sono finiti quei soldi? Il 12 marzo del 62 si apre il processo ai frati di Mazzarino. Su richiesta dei difensori dei frati il processo però viene spostato a Messina per il clima anticlericale che si sarebbe creato nei confronti dei religiosi nel zona. In realtà ci sono anche forti sospetti di collusione con la mafia. Sembra che i frati di Mazzarino siano legati alla mafia attraverso la Chiesa dell’isola. Il cardinale di Caltanissetta Ruffini interviene personalmente e dichiara “Chi è contro i frati e contro la Chiesa cattolica” stranamente il presidente della corte giudicante Tommaso Toraldo era anche Presidente dei Magistrati iscritti all’azione cattolica. Un caso? domanda che si posero molti dei giornalisti. La linea difensiva dei monaci era che il vero capo della banda era Lo Bartolo e che i frati obbedivano perché minacciati e terrorizzati. Il 22 giugno del 1962, viene letta la sentenza; Tra l’altro si legge:” i frati hanno partecipato alle estorsioni in stato di necessità per salvare se stessi da un grave pericolo per evitare alle vittime delle estorsioni guai peggiori tutto questo grazie all’abilità”. L’ assoluzione dei frati provoca un terremoto. L’ 8 luglio 1962 sul settimanale Epoca esce un articolo titolo di Giovanni Leone, Presidente della Camera, giurista cattolico, terziario francescano, poi divenuto Presidente della Repubblica. Leone proprio da cattolico contestava lo stato di necessità per i frati e scrive che lo stato di necessità deve essere commisurato ai particolari doveri che contrassegnano la persona nei cui confronti sia il tuo animale il codice da mettere fuori dallo stato di necessità. A Messina in corte d’appello il 6 luglio 1963 i frati vengono condannati tutti. Viene successivamente dato ordine di rifare il processo. Viene tutto spostato alla corte di Appello di Perugia, dove ai frati verrà confermata la condanna, successivamente confermata in Cassazione.

Cosimo Cristina. Giornalista “Suicidato” da Cosa Nostra

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